L’idea di vuoto è sinonimo di infinita ricchezza, di possibilità, di massima apertura e libertà. Essa ha avuto fondamentali sviluppi in Giappone, specialmente grazie all’influsso che il buddhismo della Scuola Zen ha esercitato nelle arti. In particolare, la presenza e la potenza del vuoto vengono esaltate nella pittura ad inchiostro (sumi-e), dove lo spazio lasciato bianco è preponderante rispetto agli spazi occupati da segni e figure; nell’architettura, dove l’arredamento è ridotto al minimo e gli spazi interni si aprono, senza soluzione di continuità, verso quelli esterni; nei giardini ‘secchi’ (karesansui) come quello famosissimo di Ryoanji, in cui un ampio sfondo di ghiaia bianca accoglie solo alcune pietre accuratamente disposte.
Tuttavia questa valorizzazione del vuoto nelle arti tradizionali giapponesi non dipende soltanto da una propensione estetica o da una scelta stilistica: essa rinvia sempre e comunque a quell’idea di fondo – espressa e coltivata dal buddhismo, dal taoismo e dalla loro congiunzione nel buddhismo zen - che indica nella liberazione della mente (mushin) uno dei fattori fondamentali nel processo di realizzazione spirituale.
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